Un viaggio attraverso i luoghi che caratterizzano la nostra regione.
Le città, la cultura, l'arte e la cucina del territorio.
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Indice

   
LA STORIA
 

Distesa lungo il mare alla foce del fiume Misa, Senigallia venne fondata nel IV secolo a.C. dai Galli Senoni e fu la prima colonia romana lungo la sponda adriatica. Importante centro in età Imperiale, la città venne saccheggiata nel 400 d.C. da Alarico, ma presto risorse diventando uno dei fulcri della Pentapoli Marittima e dell'Esarcato di Ravenna. Passata alla Chiesa, nel XII secolo diventa libero comune partecipando attivamente alle lotte del periodo. Città di tradizioni ghibelline, subisce duri colpi nel Duecento, tanto che Dante (Par. XVI, 75-78) l'annovera fra le città che "termine hanno". Senigallia rimane in stato di abbandono per lunghi anni e risorge nella seconda metà del XV secolo per opera di Sigismondo Malatesta prima, e di Giovanni della Rovere poi.

 

In quegli anni vengono ricostruite le mura di cinta e la Rocca Roveresca, ma soprattutto la città si ripopola favorita in questo dalla ripresa economica determinata dallo sviluppo agricolo e dalle nuove attivià mercantili. Il porto di Senigallia diviene centro del commercio marittimo del Ducato di Urbino e dopo la devoluzione del 1631 questa sua funzione si estese a tutto lo Stato Pontificio. Fulcro dei commerci della città è la sua famosa "Fiera della Maddalena", che tra la metà del 600 e la fine del 700, favorita dalla franchigia del porto, raggiunge la massima importanza.

 

Lungo le due sponde del canale urbano avvenivano i commerci delle granaglie, del legname, delle spezie e dei manufatti, e negli anni di maggior splendore approdarono nel porto, in occasione della fiera, fino a 500 imbarcazioni e vi affluirono oltre 50 mila forestieri provenienti da nazioni levantine, dall'Italia centro-settentrionale e dall'Europa centrale. A conferma della sua fama, Carlo Goldoni, nel 1760, intitola a La Fiera di Sinigaglia una sua commedia per musica e vi ambienta l'azione. Nella metà del XVIII secolo la città, che ormai conta circa 8 mila cittadini inurbati, non riesce a contenere così tanta gente che aumenta a dismisura in occasione della fiera. Sicché Benedetto XIV ne approva l'ampliazione che, in una prima fase, consiste in una trasformazione e razionalizzazione dell'esistente, mentre nella seconda la città si amplia raddoppiando la sua estensione che tornerà ad essere identica a quella della Senigallia romana. Alla decadenza della fiera, determinata da diversi fattori, la città risponde cercando uno sbocco turistico che si concretizzerà nel 1854 con l'apertura dello Stabilimento Bagni.

 

TIPOLOGIA DELLA ROCCA

 

La tipologia architettonica della Rocca di Senigallia costituisce un modello caratteristico di fortilizio militare definitile nell'ambito delle rocche di pianura. Queste nascono, nella loro accezione e forma quattrocentesca, per ragioni eminentemente di deterrente militare e presidio simbolico degli interessi delle locali signorie, non strettamente legate all'evoluzione di un insediamento di matrice demografico - economica nel territorio ma come avamposto isolato in localizzazioni periferiche dell'abitato, spesso ai vertici di cinte urbiche come ricetto preminente e talvolta residenza del Signore locale. La loro conformazione è funzionale all'orografia pianeggiante del luogo che consente forme regolari e simmetriche. Esse si caratterizzano infatti per planimetrie quadrangolari con torrioni cilindrici incastonati ai vertici a circa un terzo del loro diametro, solitamente di dimensione omogenea. Esse rappresentano l'evoluzione rinascimentale del modello medievale del recinto con torre, a presidio delle principali vie di fondovalle, di

 

bacini fluviali o del litorale, le cui preesistenze come nel caso marchigiano-romagnolo spesso venivano inglobate al loro interno. La ricorrente presenza di ampie corti interne, oltre a sottolineare necessità distributive e di illuminazione interna legate alla compresente funzione residenziale, consentiva, in funzione di piazza d'armi, l'acquartieramento e la movimentazione di consistenti guarnigioni in caso di lunghi assedi. Nella fase evolutiva della pratica fortificatoria e della balistica, nella seconda metà del XV secolo, si procede anche in queste rocche al pareggiamento delle emergenze dei masti antichi, delle torri angolari e dei merli, oramai inutili, alla quota delle cortine murarie di raccordo, per difenderle dalla nuova potenza delle artiglierie.

 
LE VICENDE ARCHITETTONICHE
     

 

La rocca, come oggi possiamo vederla, rappresenta il prodotto di una sovrapposizione più che bimillenaria di successivi interventi fortificatori succedutisi pressoché sullo stesso sedime litoraneo, a conferma del valore strategico del luogo prescelto: fra la foce del fiume Misa (già Nevola) e del torrente Penna (oggi interrato). Seppure quella prevalente sia attualmente la sua configurazione tardoquattrocentesca, nella rocca possono identificarsi almeno quattro fasi costruttive. La prima fase viene fatta risalire al periodo successivo alla fondazione da parte dei Romani della Sena Gallica (circa 280 a.C.), prima colonia adriatica, della quale rimangono parziali resti in massicci blocchi tufacei (vaganti ma parte di una struttura il cui piano di posa è stato identificato a circa tre metri di profondità) visibili nella parete nord-ovest della corte. Alla seconda fase appartiene il basamento intatto della torre medievale quadrangolare visibile nel lato nord-est, edificata in conci calcarei isodomi di ottima ed elegante fattura, poi inglobata nel cassero o rocchetta trecentesca voluta dal cardinale Egidio Albornòz a cavaliere d'angolo di due cortine delle mura urbiche (1363-67 ca.) che forse rimase incompiuta. Pandolfo III Malatesta ottiene la signoria di Senigallia dopo il 1385, inaugurando il dominio alterno della sua famiglia sulla città che si evidenzierà nell'opera di Sigismondo Pandolfo a partire dal 1445. La rocca senigalliese nel periodo malatestiano (terza fase) assume la sua conformazione più ampia: a forma quadrangolare con bastioni rettangolari ai vertici, cortine laterizie a piombo con beccatelli e merli ghibellini, i cui resti sono oggi resi visibili dai recenti restauri che ci mostrano la fortificazione inscritta nel perimetro attuale. La rocca malatestiana ebbe a sua volta una successiva ristrutturazione, attuata da

Sigismondo, a partire dall'Anno Santo del 1450, nell'ambito del suo complessivo piano di riedificazione, ripopolamento e ristrutturazione urbanistica e militare della città sulla base delle preesistenze romane. In questo intervento venne operata la foderatura dei baluardi angolari della rocca mediante conci sagomati di arenaria per fornirla dell'oramai ineludibile scarpatura obliqua atta a deviare il tiro dai sempre più offensivi calibri da fuoco. Questo riadattamento, oggi ben visibile nei sotterranei, venne realizzato molto probabilmente su progetto dell'ingegnere Giovanni di Sant'Arcangelo di Romagna, chiamato da Sigismondo nell'ottobre del 1554 a verificare le nuove fortificazioni ed eseguito da M. Antonio da Vercelli e da Baroccio da Fano. Morto Sigismondo nel 1468, Giovanni della Rovere diviene signore di Senigallia e Vicario del Papa nel 1474, nel 1475 diviene Duca di Sora e Prefetto di Roma. Attendendo all'aggiornamento militare delle fortificazioni cittadine sotto la pressione del pericolo delle incursioni turchesche, Giovanni si rivolse all'architetto dalmata Luciano Laurana per la creazione di un fossato perimetrale alla rocca, allagabile dalle acque salmastre, collegato alla terraferma da un pontile in muratura e sezionato da un ponte levatoio.

 

L'architetto mori nel 1479 senza aver completato la ristrutturazione militare della rocca ma avendo probabilmente progettato la sistemazione a residenza del nucleo centrale, dove il Duca venne ad abitare nel 1480 come sua prima residenza provvisoria in città. Questa realizzazione venne portata a compimento dall'architetto fiorentino Baccio Pontelli che interpretò il progetto del Laurana eseguendo nel suo stile le finestre ed il fregio corrente di stile urbinate affacciantesi sul cortile, parte delle cornici e delle decorazioni dei saloni interni e la profonda scala a chiocciola che fu posta a snodo e servizio nella gola del torrione nord. A partire dal 1480 il Pontelli progettò e realizzò la nuova rocca, inglobando il perimetro di quella malatestiana con nuove cortine terrapienate e quattro torrioni cilindrici angolari e scarpati (realizzati nell'ordine: nord ed est, verso mare, ovest e sud verso terra), posti sul medesimo filo dei parapetti secondo i nuovi dettami balistici, sorretti da eleganti beccatelli lapidei decorati con frapposte caditoie per la difesa piombante e troniere per la difesa radente. Il doppio cordone lapideo a toro e le proporzioni dei torrioni (oggi in parte interrati) confermano lo stile del Pontelli che lavorò per il Duca anche nel Convento di S. Maria delle Grazie.

     
L'INTERNO DELLA ROCCA
 
                

L'interno della rocca presenta, nella sua parte centrale, tre livelli residenziali serviti da una scala a due rampe con accesso dal cortile: quello più basso adibito alla guarnigione ed agli ufficiali, nel 1508 ospitò la Scuola dei Bombardieri voluta da Guidubaldo Il nel 1553. I locali superiori erano adibiti alla rappresentanza (tre saloni) e residenza del Duca. Il locale oggi adibito a cappella risale al periodo della devoluzione del Ducato urbinate alla Chiesa (dopo il 1631). Altri locali sotterranei, già sede delle cannoniere, vennero allora adibiti a carcere di rigore, la cui efficacia punitiva era esaltata dalla forte umidità di risalita, che nelle stagione invernale giungeva ad allagare i pavimenti. La cappella di corte quattrocentesca, a pianta quadrilatera, è invece voltata a calotta con cuffie a conchiglia nei raccordi d'angolo e putti, con decori scultorei che ricordano quelli degli artisti lombardi nel Palazzo Ducale di Urbino. La struttura militare era prevista autosufficiente in caso d'assedio, essendo fornita di camino a fuoco, di depositi sotterranei di derrate alimentari con granaio, ed infine di un ampio serbatoio sotterraneo per la raccolta dell'acqua meteorica, a forma di bulbo e posto nel cortile dove viene abbellito da una vera da pozzo lapidea con gli stemmi di Giovanni della Rovere.